TRA STATO D’EMERGENZA E REPRESSIONE DI STATO

TRA STATO D’EMERGENZA E REPRESSIONE DI STATO

La situazione surreale di arresti domiciliari di massa che stiamo vivendo a causa del covid-19 non è per niente casuale o imprevedibile.

Sembra che l’unica difesa contro questo virus sia l’isolamento. Ne prendiamo atto. Ma se nel 2020 l’isolamento è l’unica soluzione -come per la peste nel medioevo- non è dovuto alle forze del destino ma a precise scelte politiche. Dobbiamo restare isolati per non ammalarci perché se ci ammalassimo il sistema sanitario non ci potrebbe curare, non potendosi far carico di più di un certo numero di pazienti di una certa gravità. Un numero molto basso. Perché il sistema sanitario ha pochi posti letto, poco personale e poche scorte. Perché il sistema sanitario non riesce nemmeno a garantire la salute e la sicurezza del proprio personale, falcidiato da tagli selvaggi e costretto a turni massacranti, spesso indossando protezioni improvvisate e quasi del tutto inefficaci.

La situazione che stiamo vivendo è eccezionale ma, ripetiamo, non casuale. È stata creata da decenni di politiche scellerate di saccheggio della sanità pubblica con tagli alla spesa sanitaria e privatizzazioni sistematiche. I pretesti erano sempre gli stessi: razionalizzare la spesa, ridurre gli sprechi, puntare all’efficienza. Ma facendo questo, preoccupandosi solo di parametri economici -oltre che di assicurare lauti affari alle holding sanitarie e assicurative- i governi nazionali e regionali riducevano in modo devastante l’efficacia dell’intero sistema sanitario. Certo, con differenze fra le regioni, ma comunque sempre al ribasso. Parallelamente si sono moltiplicate le assurde e ingiustificate spese militari -che nel 2019 ammontavano a una cifra compresa fra i 60 e i 70 milioni di euro al giorno (sì, al giorno) e le spese per un’opera distruttiva e inutile come il TAV. Qualcuno ha calcolato quanti ospedali si potrebbero costruire, quanto personale medico e infermieristico si potrebbe assumere, quanti respiratori si potrebbero acquistare con un giorno di spese militare o col costo di un metro di TAV. Non vi riportiamo qui i risultati, ma vi invitiamo a fare i conti da soli, per comprendere di persona l’entità delle cifre in gioco. Di quanto si spende per salvare vite e quanto invece per distruggerle.

E non ci vengano a dire che la causa della diffusione di questo virus sono le persone che si fanno una passeggiata. Non quando industrie e aziende varie sono rimaste aperte fino a oltre la metà di marzo. Guarda caso la regione più colpita è la Lombardia -specialmente le province di Bergamo e Brescia- ad altissima concentrazione di industrie manifatturiere. Industrie che i padroni hanno scelto di tenere aperte quando già si era in piena emergenza (Bergamo is running! era il tronfio slogan di confindustria), e delle quali ancora adesso stanno cercando di evitare la chiusura trafficando con i codici ATECO delle attività permesse dall’ultimo decreto. Una scelta criminale, dettata solo dalla fame di profitto. E guardando le mappe della diffusione dei contagi si può vedere che seguono le grandi direttrici di traffico del nord, la via Emilia, l’A1 Milano-Bologna e l’A4 da Torino a Venezia. Traffico di merci, perché in quelle zone le persone erano già state fermate dal primo decreto del 7 marzo.

In parallelo alla devastazione del sistema sanitario e della ricerca, il dato più politicamente rilevante che esce da questa emergenza è poi quello relativo alla politica securitaria e repressiva messa in atto dal governo. Di nuovo, se l’isolamento è l’unica soluzione, questo non giustifica le misure repressive volte alla sola cittadinanza. Monitoraggio, diagnosi e prevenzione sono stati trascurati in favore di un approccio puramente poliziesco. Al 6 aprile, in tutta Italia si contano un totale di 651.901 tamponi effettuati, la maggior parte in Lombardia e Veneto. Questa è l’entità del controllo sanitario, quello davvero utile per conoscere e monitorare le condizioni di salute dei cittadini.

Di contro, dall’11 marzo al 6 aprile in Italia ci sono stati controlli di polizia su 5.318.112 persone e 2.288.086 esercizi commerciali per un totale di 7.606.198 controlli. Questi i dati pubblicati sul sito del Viminale. I controlli sulle persone superano quindi di otto volte i tamponi, e il trend del loro numero è in continuo aumento. La percentuale di denunce e sanzioni sui cittadini controllati oscilla attorno a una media del 3.58%: un ben misero bottino. Le cifre ci dicono prima di tutto che chi esce di casa, nel 96,42% dei casi ha validi motivi per farlo. Questo accanimento securitario ha pertanto ben altri scopi che la tutela della nostra salute, ma mira piuttosto a creare assuefazione e consenso al controllo capillare e alla sorveglianza continua, tramite anche la retorica martellante dei “bravi cittadini responsabili”. Si legge in questo la volontà del governo di costruire una tendenza all’obbedienza, alla delazione da social network, al vivere uno stato di emergenza permanente, da tesaurizzare e utilizzare in futuro.

Resta infatti da vedere, una volta finita l’emergenza reale, per quanto tempo il governo vorrà imporre uno stato d’emergenza fittizio, costruito ad arte, magari a più bassa intensità, in cui finiranno gli arresti domiciliari di massa ma rimarranno proibite o limitate le manifestazioni e gli eventi politici e, in nome della ripresa economica, verrà dato il colpo di grazia al diritto di sciopero e saranno ulteriormente ridotte le residue libertà sindacali e sociali.

Da più parti si sente dire che quando l’emergenza sarà finita inizierà la ripresa. Ma di questa ripresa non dovrà occuparsi chi ha tagliato risorse alla sanità, chi non ha imposto la chiusura totale delle fabbriche quando il contagio era agli inizi, chi avalla miliardi di spese militari, chi sta stanziando briciole per lavoratori disoccupati e precari e intanto elargisce miliardi di sgravi fiscali e regalie alle imprese, o ci ritroveremo a veder ripristinato lo stato di cose precedente, in attesa della prossima emergenza.

Al contrario, vogliamo che sia una ripresa nata dal basso, che veda protagoniste la coscienza sociale e di classe, con la ripresa delle lotte contro una classe padronale e politica che hanno la piena responsabilità di tutto quanto è successo e sta succedendo.

Come anarchiche e anarchici faremo del nostro meglio perché tale ripresa diventi realtà.

Federazione Anarchica Reggiana – FAI

Via Don Minzoni 1/d – Reggio Emilia

FB: Archivio Libreria della FAI Reggiana

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SOLIDARIETA’ E AUTORGANIZZAZIONE

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UMANITA’ NOVA NON SI FERMA E RILANCIA!

UMANITA’ NOVA NON SI FERMA E RILANCIA!

Nonostante l’emergenza Covid-19 il settimanale anarchico Umanità Nova ha scelto di non fermarsie di continuare a diffondere un’informazione militante. Umanità Nova da sempre scavalca muri, barriere e confini e questa volta ha deciso di farlo “violando” la quarantena per essere distribuito direttamente in formato pdf e gratuitamente a tutti.
Nonostante i tempi difficili che ci troviamo tutte e tutti ad affrontare, la redazione di Umanità Nova ha deciso di continuare a distribuire il giornale nella versione cartacea. Una scelta coerente e militante, ma allo stesso tempo difficile visti i numerosi blocchi imposti alla circolazione postale e alla distribuzione in tutta Italia.
La FAI Reggiana, insieme alla Redazione di UN, ha pertanto deciso di diffondere il giornale in formato pdf e gratuitamente a tutti coloro che lo richiedessero, ma allo stesso tempo vi chiede di fare uno sforzo in più sostenendo il giornale con sottoscrizioni e abbonamenti per permettere a Umanità Nova di continuare a diffondere, a cent’anni dalla sua fondazione, un’informazione libertaria, solidale e indipendente nelle parole e nei fatti.
Vi ricordiamo, infine, di aderire alla campagna abbonamenti e sottoscrizioni che ogni anno la FAI Reggiana apre, a partire da Giugno, per compagni e simpatizzanti della provincia e che solo l’ anno scorso ha portato oltre 30 abbonamenti al nostro settimanale.

Umanità Nova non va in quarantena!

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quaderni di Umanità Nova finora usciti (Hong Kong. Anarchici nella Resistenza alla Legge sulla
Estradizione, Camus e lo Spirito Cooperativo, Fantascienza ed Anarchia 1 e 2, 50 Anni dalla Strage di
Stato, David Graeber – Sulle Macchine Volanti e la Caduta Tendenziale del Saggio di Profitto

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CORONAVIRUS ED EMERGENZA: NON CI DIMENTICHIAMO DA QUALE PARTE DELLA BARRICATA SIAMO

CORONAVIRUS ED EMERGENZA: NON CI DIMENTICHIAMO DA QUALE PARTE DELLA BARRICATA SIAMO

Comunicato diffuso dalla Commissione di Corrispondenza della Federazione Anarchica Italiana

Di fronte a questa crisi stato e capitale stanno mostrando, con un’evidenza mai raggiunta prima, tutti i propri enormi limiti e la loro strutturale incapacità di tenere conto delle necessità e della salute delle persone.

In Italia, le scelte politiche dei governi hanno costantemente tagliato la sanità pubblica (più che pubblica, statale). Parte delle poche risorse è stata dirottata verso la sanità privata, anche durante l’emergenza attuale. La contemporanea “regionalizzazione”, secondo un modello aziendalista-capitalista, ha poi reso questo servizio, che in teoria dovrebbe essere di carattere universale, fortemente differenziato tra regione e regione, tra regioni ricche e regioni povere.

I pazienti sono diventati clienti e le cure prestazioni d’opera monetizzate in un quadro generale di competizione e profitto.

Questa impostazione del servizio sanitario svela in questo momento drammatico il suo vero volto lasciandoci tutti in balìa della sua filosofia che non è certo quella della pietà umana e del riconoscimento dell’altro come un nostro simile bensì quella del calcolo delle esigenze materiali minime per il massimo profitto che si traducono ora nella carenza di strutture attrezzate, di personale assunto, di materiale di consumo nei magazzini.

Il risultato è che i sempre più risicati fondi e il sempre più ridotto personale, già sfruttato al limite nell’ordinario, non lasciano margini per le situazioni di emergenza. Salvo poi ammettere che i posti in terapia intensiva si stanno esaurendo, il personale scarseggia, i respiratori non ci sono e sarà necessario effettuare delle scelte su chi curare. E tutto questo quando lo Stato sborsa senza batter ciglio 70 milioni di euro al giorno per spese militari. Con i 70 milioni spesi in uno solo dei 366 giorni di quest’anno bisestile si potrebbero costruire ed attrezzare sei nuovi ospedali e resterebbe qualche spicciolo per mascherine, laboratori di analisi, tamponi per fare un vero screening. Un respiratore costa 4.000 mila euro: quindi si potrebbero comprare 17.500 respiratori al giorno, molti di più di quelli che servirebbero ora.

Abbiamo assistito in queste settimane a una totale cialtroneria del ceto politico nell’affrontare l’emergenza, con esponenti di tutte le aree che hanno affermato tutto e il contrario di tutto, invocando la chiusura e l’apertura a seconda di ciò che invocava l’avversario. Abbiamo visto il governo impugnare la chiusura delle scuole marchigiane salvo poi chiudere tutto il Paese pochi giorni dopo, abbiamo visto opportunismi ributtanti e ora assistiamo alla retorica del “ce la faremo”.

Se ce la faremo, non sarà certo grazie ai governi nazionale e regionali. Non sarà certo grazie alla massiccia militarizzazione di città e confini. Non sarà certo grazie alle imprese, che tramite Confindustria hanno gettato la maschera scegliendo esplicitamente il profitto. Lo hanno dichiarato in modo chiaro e netto, senza giri di parole, senza vergogna: non chiudiamo, la produzione deve andare avanti. Questo ha portato a scioperi spontanei in molte aziende, con le centrali sindacali a inseguire le lotte dei lavoratori che non hanno voluto cedere supinamente alle pretese padronali. L’inseguimento dei sindacati di regime ha raggiunto il traguardo del ridicolo protocollo siglato il 14 marzo, contenente solo obblighi per i lavoratori e solo raccomandazioni per le imprese.

Questo disgustoso cinismo, questa fame di profitto unita al disprezzo per la salute di chi lavora, proprio perché espressi in un momento così eccezionale, non devono passare e lor signori ne devono rendere conto.

Questa crisi la sta pagando soprattutto chi lavora in sanità ed è sotto la pressione continua di turni massacranti e dei crescenti casi di contagio e di morti fra il personale stesso.

Nessun media mainstream ha ripreso la denuncia degli avvocati dell’associazione infermieri, un’istituzione che non ha nulla di sovversivo. Nella narrazione dominante infermiere ed infermieri sono descritti come eroi, purché si ammalino e muoiano in silenzio, senza raccontare quello che succede negli ospedali. Gli infermieri che raccontano la verità sono minacciati di licenziamento. A quelli che vengono contagiati non viene riconosciuto l’infortunio, perché l’azienda ospedaliera non sia obbligata a pagare indennizzi a chi si trova ogni giorno a lavorare senza protezioni o con protezioni del tutto insufficienti.

Questa crisi la sta pagando chi ha un lavoro saltuario o precario, al momento senza reddito e senza nessuna certezza di riavere il lavoro a epidemia conclusa.

La sta pagando chi si trova a casa in telelavoro a dover conciliare una presenza casalinga spesso molto complessa con bambini o persone da accudire e contemporanei obblighi produttivi.

La sta pagando chi è costretto ad andare nel proprio luogo di lavoro senza nessuna garanzia per la salute.

La sta pagando chi è povero, senza casa, chi sopravvive per strada o in un campo nomadi.

La stanno pagando i lavoratori e le lavoratrici che hanno fatto scioperi spontanei contro il rischio di contagio e sono stati a loro volta denunciati per aver violato gli editti del governo, perché manifestavano in strada per la loro salute.

La stanno pagando i reclusi nelle carceri dello Stato democratico che hanno dato vita a rivolte in 30 prigioni in difesa della propria salute. Durante le rivolte ci sono stati quattordici morti. Quattordici persone che -ci raccontano- sarebbero morte tutte per overdose da farmaci auto indotta. Quattordici persone sottomesse alla responsabilità di un sistema a cui forse non è parso vero di poter applicare con pugno di ferro altre misure di contenimento, non tanto dell’infezione ma dei carcerati stessi.

In una situazione esplosiva a causa delle condizioni già ai limiti dell’umano che da anni -in modo strutturale e non eccezionale- si vivono all’interno delle carceri il governo ha pensato bene di bloccare ogni visita senza prendere misure efficaci a tutela della salute dei carcerati.

Purtroppo sappiamo bene che una volta conclusa e superata questa fase di emergenza saranno sempre le stesse persone a rimetterci in termini di impoverimento e di ulteriore sfruttamento. Perché anche se nessuno di noi ha la sfera di cristallo, si può già prevedere che useranno la scusa della “ripresa”, del “risanamento economico”, del “superamento della crisi”, per comprimere sempre di più gli spazi di lotta nei posti di lavoro e le libertà civili e politiche. Non sarà certo una sorpresa se la retorica della “responsabilità” sarà utilizzata per affinare ulteriormente i dispositivi disciplinari e di controllo sociale, per limitare ancor di più la libertà di movimento, per limitare ancor di più la libertà di scioperare e manifestare, che ora è di fatto sospesa. Già adesso il numero dei denunciati per la violazione dei decreti supera quello dei contagiati. Su questo saremo chiamati a vigilare e agire senza tentennamenti.

Siamo solidali con tutt* coloro che in questo momento stanno rischiando la propria vita per salvarne altre, con tutto il personale in servizio negli ospedali, con chi lavora e sciopera per garantire condizioni di sicurezza per sé per gli altri, con tutt* coloro che non possono permettersi di #restareacasa perchè una casa non ce l’hanno. Siamo solidali con chi ha paura perché teme per sé e per i propri cari. Siamo solidali con tutt* coloro che si sono ammalat* e sono stat* strappat* da casa senza poter avere contatti con i propri cari a causa dell’assenza di dispositivi di protezione, siamo solidali con tutt* coloro che stanno morendo con cure palliative per l’assenza di strutture di emergenza adeguate e lo siamo anche con chi ha dovuto prendere delle decisioni in merito alle vite altrui su chi intubare e chi no nel disperato tentativo di ridurre il danno al minimo quando il danno è comunque certo.

Non ci dimenticheremo di chi è la responsabilità di quello che accade oggi: è dei governi e degli stati che hanno sacrificato la salute di noi tutti scegliendo il profitto, la guerra e il rafforzamento del loro potere.

Ma non si illudano: le lotte non andranno in quarantena.

Commissione di Corrispondenza della Federazione Anarchica Italiana

20 marzo 2020
http://federazioneanarchica.org/…/archivio…/20200320cdc.html

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PER UN MONDO DI LIBERE ED UGUALI TUTTO PARTE DA NOI

PER UN MONDO DI LIBERE ED UGUALI TUTTO PARTE DA NOI

Sorprende il sollievo con il quale è stata accolta la vittoria di Bonaccini alle recenti elezioni regionali dell’Emilia-Romagna.Sorprende perché conosciamo le politiche che ha intrapreso ed imposto nell’ultima legislatura regionale e che ora proseguirà con la coalizione che lo sostiene. Politiche che hanno favorito reti clientelari di potere a scapito dell’interesse collettivo, aumentato ulteriormente la precarizzazione del mondo del lavoro, esternalizzando servizi e promuovendo l’uso delle false cooperative in tutto il terzo settore e nel pubblico. Sorprende perché a fronte di proclami ambientalisti e di salvaguardia si devasta ancora il territorio, si investe su grandi opere e sulla cementificazione. Si attuano politiche speculative che trovano nel profitto privato il fine principe dell’agire collettivo. 

Il Partito Democratico continua inoltre a rincorrere Confindustria e le politiche padronali, col solo orizzonte della crescita continua degli indici economici, senza curarsi dell’impatto sociale e ambientale che la produzione di questa ricchezza ha sul nostro territorio nel lungo periodo ma anche nell’oggi, senza curarsi della ridistribuzione di questa ricchezza. Agitando lo spauracchio dei barbari alle porte chi ha vinto le elezioni in Emilia-Romagna ha chiesto una delega in bianco ad elettori ed elettrici, secondo le peggiori pratiche rituali di delega. Ha ottenuto un’ulteriore accentramento di potere, di cui Bonaccini rimane il custode. Le nuove energie e le speranze sono fagocitate nella legittimazione di vecchi apparati e vecchie burocrazie.

Solidali con chi lotta contro i rigurgiti fascisti e le politiche autoritarie intraprese contro le classi sociali più deboli. Con chi lotta per contrastare le politiche securitarie e repressive sostenute dall’attuale e dai precedenti governi nei confronti dell’opposizione politica e sociale nel nostro paese. Al fianco di chi lotta per chiudere i CPR, i centri per il rimpatrio che continuano a moltiplicarsi sul territorio italiano, e per cancellare i decreti sicurezza che colpiscono migranti e lavoratori, manifestanti che contrastano un ordine politico e sociale violento ed ingiusto. Per smontare pezzo dopo pezzo l’apparato disciplinare costruito sulla pelle delle migranti e dei migranti.

Contro chi crede esistano vite non degne di essere vissute. 

Un mondo senza padroni, senza eserciti, senza governi, senza frontiere è possibile.Un mondo antifascista, che viva pienamente l’internazionalismo e la solidarietà.

Dipende da noi renderlo vero, dipende da noi aprire spazi di libertà.Non aspettiamoci nulla dai governi, solo l’azione diretta, fuori da qualsiasi percorso elettorale, può cambiare in modo radicale la società e proporre un vero socialismo libertario e umanitario.

Federazione Anarchica Reggiana – FAI

Via Don Minzoni 1/d Reggio Emilia

FB: Archivio Libreria della FAI Reggiana

fa_re@inventati.org

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GLI DEI SE NE VANNO GLI ARRABBIATI RESTANO

GLI DEI SE NE VANNO GLI ARRABBIATI RESTANO!
Giornata che unisce i presenti con gli assenti

Domenica 2 febbraio ore 13 Circolo Berneri Via Don Minzoni 1/d

Domenica 2 febbraio ricorderemo i compagni e le compagne che ci hanno lasciato. Con loro abbiamo condiviso, a partire dagli anni ’70, a volte per periodi brevi a volte per momenti lunghi, la comune militanza politica nell’anarchismo e nella FAI Reggiana. Sono stati compagne e compagni generosi dotati di una grande umanità con i quali abbiamo fatto politica in prima persona, sempre dal basso e fuori da qualsiasi logica istituzionale. Nella loro diversità sono stati accomunati da una forte passione per l’anarchismo e per le esperienze che ha posto in essere. Anche se alcuni di loro non hanno mai aderito alla nostra federazione abbiamo sempre cooperato nella comune battaglia anarchica negli spazi sociali, nelle varie mobilitazioni libertarie, nel sindacalismo d’azione diretta, nella lotta antimilitarista e antinucleare e sopratutto per la diffusione della libertà nella nostra provincia. Vi porteremo sempre nei nostri cuori e domenica vi ricorderemo a partire dai vostri nomi:
Alberto, miliziano della Colonna Durruti;
Fortunato, punto di riferimento del dopoguerra;
Celestino, presidente del C.L.N di Gualtieri;
Gesù, carismatico leader dei provos reggiani;
Nino, sapiente e paziente libraio della gioventù anarchica;
Elena, laboriosa figlia dei fiori;
Daniela, responsabile dei Nuclei Libertari di Fabbrica;
Gigante, organizzatore di feste, manifestazioni e non solo;
Francesca, motore dei collettivi libertari studenteschi;
Maletto, la canaglia della strada alta;
Pippo, compagno di mille avventure;
Marco, il bagio rossonero dell’anarchia;
Mao, anarco-artista-elettricista e tanto altro;

PROGRAMMA DELLA GIORNATA
Ore 12 Aperitivo dell’Avvenire
ore 13 Pranzo sociale preparato dalle Cucine del Popolo
ore 15 Interverranno scrittori, poeti, artisti, musicisti e girovaghi

prime adesioni:
Arturo Bertoldi, scrittore – Stefano Virginio Enea Raspini, attore – Mario Rossi, mago Giovanni Canzoneri, poeta – Joe Scaltriti, giornalista

Saranno esposte le bandiere storiche dell’Anarchismo reggiano.
per info e prenotazione Gianandrea 347 3729676

Gruppo Anarchico Spartaco – FAI Reggiana

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I DIMENTICATI CHE NON DIMENTICHIAMO

Sabato 25 gennaio 2020 ore 17
I DIMENTICATI CHE NON DIMENTICHIAMO
LE VITTIME DELLE STRAGI DI STATO
GIUSEPPE PINELLI
con Claudia Pinelli e Franco Schirone
Circolo Berneri, Via Don Minzoni 1/d
a seguire cena sociale

Sabato 25 Gennaio 2020 Pollicino Gnus, Piccola Biblioteca Comune di Casa Bettola e Federazione Anarchica Reggiana – FAI organizzano un nuovo incontro per mantenere viva una riflessione critica che ci permetta di continuare la controinformazione iniziata ben mezzo secolo fa sulle varie stragi di Stato.
A 50 anni di distanza dalla strage di Piazza Fontana del 12 Dicembre 1969 e dall’assassinio del compagno anarchico Giuseppe Pinelli, riteniamo necessario continuare il confronto per esaminare la strategia della tensione attraverso la quale il potere si è adoperato in maniera puntuale per fermare le lotte operaie e studentesche di quel tempo.
Prenderemo in esame il processo di criminalizzazione del Movimento Anarchico con l’arresto di Pietro Valpreda e tanti altri compagni e l’assassinio di Giuseppe Pinelli.
Analizzeremo la politica delle bombe messe dai fascisti, pilotati dai servizi segreti italiani e stranieri, sostenuti dagli apparati dello Stato.

Il 12 e il 15 Dicembre sono date che hanno lasciato una ferita ancora aperta nella nostra storia e soprattutto nella storia d’Italia. Per questo vogliamo mantenere una memoria attenta, rafforzata anche dalle numerose iniziative realizzate in concomitanza con l’anniversario di Piazza Fontana, che hanno contribuito ulteriormente a svelare il disegno autoritario messo in atto dal potere.

L’iniziativa si terrà in Via Don Minzoni 1/d, Reggio Emilia, presso il Circolo Berneri a partire dalle ore 17 dove interverranno lo studioso Franco Schirone, autore di vari libri su Pinelli e sulla controinformazione di quel periodo, e Claudia Pinelli, figlia di Giuseppe Pinelli, che porterà una significativa e preziosa testimonianza.
Seguirà la proiezione di video su Giuseppe Pinelli e all’interno dello spazio sarà presente una mostra di libri, manifesti e volantini su piazza Fontana e la controinformazione.
Alle ore 20.00 cena sociale.

Pollicino Gnus
Piccola Biblioteca Comune di Casa Bettola
Federazione Anarchica Reggiana – FAI

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RICORDANDO ENRICO ZAMBONINI

DOMENICA 5 GENNAIO 2020
Piazza del Comune, Villa Minozzo (RE)
RICORDANDO ENRICO ZAMBONINI
partigiano anarchico fucilato dai fascisti il 30 gennaio 1944 al poligono di tiro di Reggio Emilia

Il 5 gennaio 2020 alle ore 11 nella piazza del comune a Villa Minozzo (RE) ricorderemo Enrico Zambonini. Nato a Secchio di Villa Minozzo il 28 aprile 1893, anarchico e tenace antifascista si avvicinò all’anarchismo nel primo dopoguerra e con l’ascesa del fascismo fu esule in Francia e in Belgio. Militante della rivoluzione spagnola e poi partigiano sulle nostre montagne, il 30 gennaio 1944 venne fucilato al Poligono del Tiro di Reggio Emilia dalle squadracce fasciste.

Federazione Anarchica Reggiana – FAI
Unione Sindacale Italiana – CIT Sez. Reggio Emilia

“…Il 29 gennaio il Tribunale lo condannò alla pena capitale, da eseguirsi il giorno seguente, nove partigiani tra cui Zambonini. Tre erano disertori della GNR. La sentenza fu eseguita a San Prospero Strinati, il quartiere di Reggio Emilia dove era il Poligono di tiro. Zambonini, dopo aver rifiutato i conforti religiosi, mostrò il pugno chiuso urlando “Viva l’anarchia!”.

Di seguito la biografia di Enrico Zambonini:
Nasce a Secchio di Villa Minozzo (Re) il 28 aprile 1893 da Ferdinando e Virginia Comastri, meccanico, muratore e minatore. Il padre, conduttore di muli, è di orientamento radicale, una posizione non certo diffusa nei piccoli borghi dell’alto Appennino reggiano, dove prevalente è il ruolo della Chiesa. Pur aiutando il padre nel lavoro Z. frequenta fino alla 3a elementare, con buoni risultati. Nel 1906, quando ha appena 13 anni, come tanti altri abitanti della montagna prende la via dell’emigrazione: si trasferisce a Genova, in casa di uno zio paterno, il quale però quattro anni dopo s’imbarca per l’America. Rimasto solo, continua a vivere e lavorare a Genova e si avvicina al movimento socialista. Chiamato alle armi nel 1913, assegnato a un reggimento di artiglieria da montagna, è inviato in Libia dove il suo reparto è impegnato nelle azioni di repressione della guerriglia indigena. Durante il servizio militare – torna dalla Libia solo agli inizi del 1919 – si avvicina alle posizioni anarchiche, senza con ciò interrompere completamente i rapporti con i socialisti: lo dimostra il fatto che alla fine del 1919, quando è già rientrato in Italia ed è attivo militante nella CdL sindacalista di Sestri Ponente, partecipa all’assemblea costitutiva della sezione socialista di Villa Minozzo e sottoscrive una lira “pro automobile rossa”, cioè per l’acquisto di un’auto che doveva facilitare lo spostamento degli oratori socialisti nella montagna reggiana. Come detto, nel corso del 1919 è a Sestri Ponente. Oltre ad essere attivo nella CdL partecipa alla costituzione del sindacato minatori aderente all’USI. Rientra però varie volte nel suo paese natale, dove non manca di svolgere propaganda libertaria. È ricordata anche la sua partecipazione come attore a un Maggio, una forma di teatro popolare caratteristica dell’Appennino. In occasione di uno dei suoi rientri, nell’estate del 1922, mentre assiste alla rappresentazione di un Maggio a Gazzano è aggredito da un gruppo di fascisti, al grido di “A morte l’anarchia”. Riesce però a tener testa agli avversari e a rientrare a Secchio senza conseguenze. Decide però di partire subito e di espatriare clandestinamente in Francia. Inizialmente si stabilisce a Marsiglia, dove trova lavoro in una azienda di prodotti chimici e dove prende parte alla vita del movimento anarchico esiliato. Alla fine del 1923 si trasferisce a Saint Raphaël, occupandosi prima come meccanico e poi come direttore di una cooperativa edile. Nel 1928 è accusato ingiustamente di aver attentato alla vita di un agente consolare fascista. Nel corso della perquisizione del suo alloggio la polizia trova solo materiale di propaganda anarchica e al processo Z. è assolto da ogni accusa. Conclusasi positivamente questa vicenda, Z. ritiene però opportuno cambiare paese e si sposta a Liegi, in Belgio, dove trova lavoro prima come meccanico e poi come muratore. Anche qui è segnalato dalla polizia come attivo anarchico, tiene conferenze e partecipa a numerose riunioni. Nel 1932 si trasferisce in Spagna, a Barcellona. Nell’autunno 1934, mentre si trova con la sua compagna in Francia, è arrestato e condannato ad un mese di reclusione per infrazione al decreto di espulsione, ricevuto tempo prima. Scontata la pena, riparte per la Spagna. Al momento della sollevazione dei generali e dell’inizio della Guerra civile Z. è a Barcellona; partecipa dunque alla primissima fase di organizzazione della presenza armata antifascista in questo paese. È tra i primi aderenti alla Sezione Italiana della Colonna “Ascaso” FAI-CNT, con la quale partecipa ai combattimenti di Huesca e Almudévar. Nell’aprile 1937, quando la Colonna si scioglie per protesta contro la militarizzazione, rientra a Barcellona, dove trova impiego come meccanico presso il sindacato dell’alimentazione della CNT. Partecipa ai tragici scontri del maggio 1937 e mentre è impegnato nella difesa della sede del Sindacato dell’alimentazione rimane ferito al volto. Rimane comunque in città ed è tra i promotori di una colonia per gli orfani di guerra, che è effettivamente aperta il 7 novembre 1938 a Pins del Valles. Agli inizi del 1939 ripara in Francia, stabilendosi a Perpignano. Fermato dalla polizia francese è internato nel campo di Argelès-sur-Mer. Nel luglio 1941 è ricoverato in ospedale per i postumi delle ferite riportate nei fatti di maggio a Barcellona. Il 6 agosto 1942 è consegnato alla polizia italiana: trasferito a Reggio Emilia, è rinchiuso in carcere e poi condannato nel settembre 1942 a cinque anni di confino nell’isola di Ventotene. Come tanti altri anarchici alla caduta del fascismo non è liberato ma inviato nel campo di concentramento di Renicci di Anghiari (Ar). Durante il trasferimento, però, si rifiuta di proseguire il viaggio ed è allora rinchiuso nelle carceri di Arezzo. Viene liberato solo il 4 dicembre 1943 e può così tornare a Secchio. In questo periodo nell’Appennino reggiano sono in formazione alcune bande partigiane. Già sono saliti i fratelli Cervi con i loro compagni, e anche il Partito comunista sta cercando di dare vita ad un movimento clandestino. Z. entra in contatto con gli antifascisti della zona, che gli prospettano la proposta di assumere il comando del gruppo partigiano che si vuole costituire a Cervarolo. Ma cerca di riprendere i contatti anche con gli anarchici che in Emilia sono attivi nella lotta partigiana, e si incontra Emilio Canzi di Piacenza, Aladino Benetti di Modena e Attilio Diolaiti di Bologna. Il 21 gennaio 1944 i fascisti accerchiano la parrocchia di Tapignola, dove è a riposo una formazione partigiana. Nasce un conflitto a fuoco e i fascisti mentre si ritirano arrestano il parroco, Don Pasquino Borghi. Il giorno dopo arrestano pure Z. e lo trasferiscono in carcere a Reggio Emilia. Il 30 gennaio, dopo un processo sommario, quale rappresaglia per le ripetute eliminazioni di esponenti fascisti da parte dei gappisti, Z., don Borghi e altri sette esponenti socialisti e comunisti sono fucilati al Tiro a segno del capoluogo. Egli rifiuta i conforti religiosi e muore gridando “Viva l’anarchia”. Nella sentenza pubblicata sul «Solco fascista» del 1° febbraio 1944 si legge che i nove sono condannati alla pena di morte per concorso in omicidio di quattro fascisti e “per aver nel territorio della provincia di Reggio nell’Emilia, con decisi atteggiamenti, con parole, con atti idonei ad eccitare gli animi, alimentato l’atmosfera dell’anarchia e della ribellione e determinato gli autori materiali degli assassini a compiere i delitti allo scopo di sopprimere nelle persone dei Caduti i difensori dell’indipendenza e dell’unità della Patria”. In più, a Z. è contestato “di aver combattuto contro le truppe fasciste, nelle orde rosse in Ispagna”. Dopo la fucilazione, è seppellito nel cimitero di Villa Ospizio, dove sono i resti dei sette fratelli Cervi. Un distaccamento partigiano della montagna prenderà il suo nome, omaggio a una persona esemplare dal punto di vista della militanza antifascista. (C. Silingardi)
Fonti
Fonti: Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Casellario politico centrale, ad nomen.

Bibliografia: L. Arbizzani, Antifascisti emiliani e romagnoli in Spagna e nella Resistenza, Milano, 1980, ad nomen; I. Rossi, La ripresa del movimento anarchico italiano e la propaganda orale dal 1943 al 1950, Pistoia 1981, ad indicem; P. Bianconi, Gli anarchici italiani nella lotta contro il fascismo, Pistoia 1988; F. Montanari, L’utopia in cammino (Anarchici a Reggio Emilia 1892-1945, Reggio Emilia 1993; A. Zambonelli, Vita battaglie e morte di Enrico Zambonini (1893-1944), Reggio Emilia [s.d.].

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NATALE DELL’UTOPISTA 2019

NATALE DELL’UTOPISTA 2019
Venerdì 20 dicembre

Dalle ore 20 cena con abbuffata al  Circolo Anarchico Berneri di Via Don Minzoni!

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PIAZZA FONTANA E L’ASSASSINIO DI PINELLI 50 ANNI DOPO

Sabato 7 dicembre
ore 17 Circolo Berneri Via Don Minzoni 1/d

PIAZZA FONTANA E L’ASSASSINIO PINELLI 50 ANNI DOPO

con Paolo Finzi

ore 20 cena di sottoscrizione per A rivista anarchica

Paolo Finzi (Milano 1951) è redattore della rivista anarchica “A” fin dalla sua fondazione (1971). Sua madre Matilde Bassani, ferrarese, socialista, è stata arrestata nel 1942 per una rete clandestina di soccorso rosso nel Ferrarese e ha poi partecipato alla Resistenza a Roma in Bandiera Rossa. Militante anarchico dal 1968, Finzi ha fatto parte con Giuseppe Pinelli, suo “maestro anarchico”, del circolo anarchico “Ponte della Ghisolfa”. La sera del 12 dicembre 1969, strage di piazza Fontana, è stato il più giovane tra i fermati dalla polizia. Negli anni ’80 ha accompagnato Pietro Valpreda, dopo la sua assoluzione, in un tour di conferenze. Amico storico di Fabrizio De Andrè, ha realizzato sul suo pensiero dossier, cd, dvd e recentemente il libro che non ci sono poteri buoni, che sarà presentato alle Cucine del Popolo (Massenzatico) il prossimo 7 marzo 2020. Ha scritto libri e dossier e ha fatto centinaia di conferenze su Errico Malatesta, Alfonso Failla, Emilio Canzi, lo sterminio nazista degli zingari e sull’antifascismo anarchico. Nel suo intervento, sabato prossimo, Finzi ricorderà le grandi lotte sociali del 1968/1969, la forte ripresa delle idee e dell’organizzazione anarchica e in particolare la repressione statale, che iniziò nell’aprile 1969 con i primi arresti di anarchici e raggiunse il culmine il 12 dicembre con la strage di piazza Fontana. Finzi ricorderà la sua frequentazione con il ferroviere anarchico Pinelli e sottolinerà l’attualità dell’insegnamento di quelle vicende, 50 anni dopo. Seguirà un dibattito, aperto a domande e interventi.

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