TRA STATO D’EMERGENZA E REPRESSIONE DI STATO

TRA STATO D’EMERGENZA E REPRESSIONE DI STATO

La situazione surreale di arresti domiciliari di massa che stiamo vivendo a causa del covid-19 non è per niente casuale o imprevedibile.

Sembra che l’unica difesa contro questo virus sia l’isolamento. Ne prendiamo atto. Ma se nel 2020 l’isolamento è l’unica soluzione -come per la peste nel medioevo- non è dovuto alle forze del destino ma a precise scelte politiche. Dobbiamo restare isolati per non ammalarci perché se ci ammalassimo il sistema sanitario non ci potrebbe curare, non potendosi far carico di più di un certo numero di pazienti di una certa gravità. Un numero molto basso. Perché il sistema sanitario ha pochi posti letto, poco personale e poche scorte. Perché il sistema sanitario non riesce nemmeno a garantire la salute e la sicurezza del proprio personale, falcidiato da tagli selvaggi e costretto a turni massacranti, spesso indossando protezioni improvvisate e quasi del tutto inefficaci.

La situazione che stiamo vivendo è eccezionale ma, ripetiamo, non casuale. È stata creata da decenni di politiche scellerate di saccheggio della sanità pubblica con tagli alla spesa sanitaria e privatizzazioni sistematiche. I pretesti erano sempre gli stessi: razionalizzare la spesa, ridurre gli sprechi, puntare all’efficienza. Ma facendo questo, preoccupandosi solo di parametri economici -oltre che di assicurare lauti affari alle holding sanitarie e assicurative- i governi nazionali e regionali riducevano in modo devastante l’efficacia dell’intero sistema sanitario. Certo, con differenze fra le regioni, ma comunque sempre al ribasso. Parallelamente si sono moltiplicate le assurde e ingiustificate spese militari -che nel 2019 ammontavano a una cifra compresa fra i 60 e i 70 milioni di euro al giorno (sì, al giorno) e le spese per un’opera distruttiva e inutile come il TAV. Qualcuno ha calcolato quanti ospedali si potrebbero costruire, quanto personale medico e infermieristico si potrebbe assumere, quanti respiratori si potrebbero acquistare con un giorno di spese militare o col costo di un metro di TAV. Non vi riportiamo qui i risultati, ma vi invitiamo a fare i conti da soli, per comprendere di persona l’entità delle cifre in gioco. Di quanto si spende per salvare vite e quanto invece per distruggerle.

E non ci vengano a dire che la causa della diffusione di questo virus sono le persone che si fanno una passeggiata. Non quando industrie e aziende varie sono rimaste aperte fino a oltre la metà di marzo. Guarda caso la regione più colpita è la Lombardia -specialmente le province di Bergamo e Brescia- ad altissima concentrazione di industrie manifatturiere. Industrie che i padroni hanno scelto di tenere aperte quando già si era in piena emergenza (Bergamo is running! era il tronfio slogan di confindustria), e delle quali ancora adesso stanno cercando di evitare la chiusura trafficando con i codici ATECO delle attività permesse dall’ultimo decreto. Una scelta criminale, dettata solo dalla fame di profitto. E guardando le mappe della diffusione dei contagi si può vedere che seguono le grandi direttrici di traffico del nord, la via Emilia, l’A1 Milano-Bologna e l’A4 da Torino a Venezia. Traffico di merci, perché in quelle zone le persone erano già state fermate dal primo decreto del 7 marzo.

In parallelo alla devastazione del sistema sanitario e della ricerca, il dato più politicamente rilevante che esce da questa emergenza è poi quello relativo alla politica securitaria e repressiva messa in atto dal governo. Di nuovo, se l’isolamento è l’unica soluzione, questo non giustifica le misure repressive volte alla sola cittadinanza. Monitoraggio, diagnosi e prevenzione sono stati trascurati in favore di un approccio puramente poliziesco. Al 6 aprile, in tutta Italia si contano un totale di 651.901 tamponi effettuati, la maggior parte in Lombardia e Veneto. Questa è l’entità del controllo sanitario, quello davvero utile per conoscere e monitorare le condizioni di salute dei cittadini.

Di contro, dall’11 marzo al 6 aprile in Italia ci sono stati controlli di polizia su 5.318.112 persone e 2.288.086 esercizi commerciali per un totale di 7.606.198 controlli. Questi i dati pubblicati sul sito del Viminale. I controlli sulle persone superano quindi di otto volte i tamponi, e il trend del loro numero è in continuo aumento. La percentuale di denunce e sanzioni sui cittadini controllati oscilla attorno a una media del 3.58%: un ben misero bottino. Le cifre ci dicono prima di tutto che chi esce di casa, nel 96,42% dei casi ha validi motivi per farlo. Questo accanimento securitario ha pertanto ben altri scopi che la tutela della nostra salute, ma mira piuttosto a creare assuefazione e consenso al controllo capillare e alla sorveglianza continua, tramite anche la retorica martellante dei “bravi cittadini responsabili”. Si legge in questo la volontà del governo di costruire una tendenza all’obbedienza, alla delazione da social network, al vivere uno stato di emergenza permanente, da tesaurizzare e utilizzare in futuro.

Resta infatti da vedere, una volta finita l’emergenza reale, per quanto tempo il governo vorrà imporre uno stato d’emergenza fittizio, costruito ad arte, magari a più bassa intensità, in cui finiranno gli arresti domiciliari di massa ma rimarranno proibite o limitate le manifestazioni e gli eventi politici e, in nome della ripresa economica, verrà dato il colpo di grazia al diritto di sciopero e saranno ulteriormente ridotte le residue libertà sindacali e sociali.

Da più parti si sente dire che quando l’emergenza sarà finita inizierà la ripresa. Ma di questa ripresa non dovrà occuparsi chi ha tagliato risorse alla sanità, chi non ha imposto la chiusura totale delle fabbriche quando il contagio era agli inizi, chi avalla miliardi di spese militari, chi sta stanziando briciole per lavoratori disoccupati e precari e intanto elargisce miliardi di sgravi fiscali e regalie alle imprese, o ci ritroveremo a veder ripristinato lo stato di cose precedente, in attesa della prossima emergenza.

Al contrario, vogliamo che sia una ripresa nata dal basso, che veda protagoniste la coscienza sociale e di classe, con la ripresa delle lotte contro una classe padronale e politica che hanno la piena responsabilità di tutto quanto è successo e sta succedendo.

Come anarchiche e anarchici faremo del nostro meglio perché tale ripresa diventi realtà.

Federazione Anarchica Reggiana – FAI

Via Don Minzoni 1/d – Reggio Emilia

FB: Archivio Libreria della FAI Reggiana

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